Cinque brutti ceffi della periferica britannica, quasi impregnati, sovrastati da una corazza d’acciaio puro che ne decreta l’elevata caratura artistica: i Saxon.
Come pochissime altre poche bands della propria epoca, questi cinque cavalieri del proletariato del metallo sono riusciti a condensare tutte le anime che si agitano sul dorso della tigre dell’heavy sound, incasellando una serie rarissima di grandi dischi uno dopo l’altro.
Tra questi, trova un posto d’onore “Wheels Of Steel”, granitica vetrina della NWOBHM più roboante, uno dei dischi fondamentali della scena.
Le tonanti eiezioni di una motocicletta introducono il riffing assassino di “Motorcycle Man”, rocciosa song dalla ritmica spedita e distruttiva e dalla linea vocale aggressiva e orgogliosa, spezzata da un penetrante e stridente assolo di chitarra.
Riff dall’incedere hard blues, quasi un epigono di Ted Nugent, per “Stand Up To Be Counted”: canzone trascinante, sorretta dal suono graffiante delle chitarre e dalla rabbia mai doma di Bill.
Attacco incisivo per “747 (Strangers In The Night)”, che si muove lungo una melodia costruita da chitarre non troppo invadenti, dai fraseggi quasi riflessivi in sede di ritornello: si avverte l’influenza degli UFO.
Uno dei massimi riff della storia per la title track, vera e propria canzone manifesto per un’intera generazione di rockers; un grandissimo successo sancito da un riffing fendente e da un assolo energicamente cristallino.
Pete Gill ci ricorda la sua fama di drummer “elicottero” per l’attacco di “Freeway”, dinamica song rockeggiante, forte della solita grande prestazione delle asce Paul Quinn e Graham Oliver.
Nessuna tregua per le orecchie, e “See The Light Shining” esplode con tutta la sua frenetica carica, heavy metal song terremotante, come lo è il riff-rama di “Street Fighting Gang”, un’energia che raramente si può ascoltare in altri alfieri dell’epoca.
“Suzie Hold On” reintegra appieno la lezione dell’hard rock per creare una canzone avvincente e melodica. Chiude il disco la furiosa “Machine Gun”, ad ulteriore conferma dell’inusitata potenza di cui i Saxon erano tra i più credibili ambasciatori già all’epoca.
Quando l’irruenza metallica incontra il sogno di una libertà infinita.
Recensione di Marco Priulla
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