A riprova del fatto che se il metal non è immortale, sicuramente è molto longevo arriva il nuovo disco dello stagionato Ronnie James Dio che di andare in pensione proprio non ne vuole sapere.
Il disco si apre con “One More For The Road” che come da tradizione è un pezzo di heavy metal classicissimo con sfumature del migliore hard rock, la performance del singer toglie qualsiasi preoccupazione per lo stato della sua voce che non ha perso nulla.
“Master Of The Moon” tenta di incupire i toni, ma forse a causa del ritmo un po’ troppo blando non impressiona.
“The End Of The World” fa propri dei toni che si addicono di più agli AC\DC senza saperli però gestire a dovere e nemmeno lo spessore della voce di Ronnie riesce a sollevare le sorti di questo pezzo.
“Shivers” invece ritorna sul territorio ben noto alla band che consegna al singer un prodotto che necessita solo delle rifiniture, che lui provvede con maestria ad aggiungere.
In “The Man Who Would Be King” l’atmosfera di fa più profonda, in questo contesto la voce di Ronnie trova una delle migliori espressioni di questo disco.
“The Eyes” presenta un arrangiamento piuttosto scontato che dopo due minuti risulta quasi fastidioso, purtroppo di svolte non se ne intravedono nemmeno, insomma, sei minuti di canzone che sarebbero stati più adatti in un cestino dei rifiuti
Per fortuna arriva “Living The Lie”, che sebbene presenti una parte di un riff clonato da “Live and Let Die” (che pure ci assomiglia un po’ come titolo) dei Guns ‘n’ Roses è la migliore canzone dell’album, nello stile caratteristico di questo gruppo, ed anzi, rimanda molto a tempi passati.
Il titolo “I Am” può portare la memoria a quando Ronnie militava ancora nei Black Sabbath (qualcuno forse ricorderà “I” presente in Dehumanizer), ma sebbene questa canzone non abbia quasi nulla in comune con i precedenti di Ronnie, è comunque un gra bel pezzo.
“Death By Love” è un altro pezzo di classe e l’unico modo per commentarlo è dire che potrebbe benissimo essere rappresentativo dell’ intero album.
La traccia conclusiva “In Dreams” è un pezzo nostalgico, anche il timbro degli strumenti si fa più vintage, non si tratta esattamente di un gran finale, ma non è neppure biasimabile.
Nel suo complesso l’album è di certo coerente, non ci sonopicchi né di tecnica, che del resto nella storia di questo gruppo sono piuttosto rari, né di gusto, cosa che delude un po’ perché pezzi come “Rainbow In The Dark” o “Dream Evil” un po’ si fanno rimpiangere. Insomma, quello che appare è che la freschezza compositiva stia venendo meno.
Molto apprezzabile è il rifiuto per la tecnologia che viene posto a vessillo in questa band, non si trovano suoni super compressi, effetti vari ne altro, ma solo cose genuine.
Recensione di Lorenzo Canella
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