Thrash Metal horror/demenziale quello degli abruzzesi Ciementificio, che si presentano con questo “Rosso Sangue Bianco Ossa”, un disco piuttosto originale e vario nelle sue sette tracce, tra zombie, squartamenti, ovviamente cemento, e un’immancabile ironia, molto valido anche dal punto di vista musicale.
Si parte da “Zom-B”, brano tirato e potente in stile eighties, dal testo non certo impegnato ma decisamente divertente, ma soprattutto che mostra subito una buona tecnica della band, in un pezzo accattivante che precede la titletrack. “Rosso Sangue Bianco Ossa” è una breve canzone dalle tinte un pò macabre, piuttosto semplice e diretta, ma in grado di cogliere dritto nel segno. Dopo una ancor più breve “La valle Dei Morti”, veloce e dalle sfumature hard rock alla Motorhead, si passa a “La Luce Blu Sotto”, in cui i quattro si prendono gioco di quei truzzi che mettono le luci blu al neon sotto la macchina (un testo che è tutto un programma e che farà piegare dalle risate), con un ritmo incalzante delle due chitarre di Tizzij e del singer Bonasone, molto abile nello svolgere il suo compito nelle diverse sfaccettature.
Decisamente particolare è anche “Vacche, Zopito, Cemento”, prima narrata per poi assumere un ritmo decisamente festaiolo, quasi ska, con un qualche accenno country ed ovviamente tanto sano Thrash. Il tutto è poi riempito qua è là di versi di ogni tipo, a rendere questo lungo brano sulla costruzione di un cementificio (in barba ai poveri contadini) ancora più demenziale! A seguire “Macedonia Di Interiora Bovine”, un nome che è tutto un programma per un brano energico ed aggressivo, condito da ottimi riff e piacevoli assoli, e cantato prevalentemente in growl, con delle sonorità che ricordano non poco i Sodom, per poi cambiare registro nella parte centrale ed i cori seguenti.
Si conclude il tutto con “Delfino Borchiato”, un brano dalla lenta introduzione che accelera poi nelle parti cantate, e riprende ancora quella immancabile componente thrash della vecchia scuola, che richiama la già citata band tedesca, sempre su testi di violenza e distruzione, ma con una forte vena autoironica, che si dimostra particolarmente azzeccata. Sembra sia tutto, ma ecco che alla fine del disco c’è invece una versione ancora più “idiota” di “Zom-B”, completamente composta di versi senza senso, una trovata geniale!
Un disco questo che non si ripete mai e che non ci si stanca di ascoltare, ed è una qualità non da poco, che unita alla componente ironico/demenziale della formazione abruzzese (presente anche nel booklet del disco, ringraziamenti inclusi), rende questo lavoro ancora più particolare ed interessante, da avere se volete farvi due risate ascoltando buona musica, ma penso che il tutto dal vivo sia ancora meglio!
Recensione di Marco Manzi
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