Un signore oscuro che non ha bisogno di presentazioni ci accoglie nella sua antica magione per renderci partecipi della sua carriera costellata di successi innumerevoli. No, non siamo finiti come ospiti ad una puntata degli Osbourne bensì siamo nel più profondo Texas dove ci aspetta Kim Bendix Petersen, noto ai più come il Re Diamante: King Diamond. Ne ha fatta di strada dalla fredda Danimarca e dietro di se ha lasciato ai posteri band di assoluto valore come Mercyful Fate [fondamentali sia per la scena Heavy che per i temi poi sviluppati in ambito estremo] e una discografia da far risvegliare dalla tomba Abigail. Siamo nell’anno 1998 o meglio nel 1932, la location prescelta dai Lafayettes per poter avere una vita felice con la prossima nascitura è poco a nord di Baton Rouge sulle sponde del fiume Mississippi nella Louisiana malata, umida e paludosa dei più arcigni USA. La scelta ricade su una maestosa casa coloniale che è stata costruita nelle vicinanze di un cimitero voodoo, il servo Salem [coincidenza nel nome ?] insieme ad altri personaggi loschi dal nome eloquente tra cui il malefico Dottor Le Croix [cercatevi cosa sia per la cultura haitiana] compiono riti e cerimonie che una notte vengono udite dai Lafayettes che chiamano immediatamente a rapporto il servo per decidere il da farsi. La scelta è ovvia, l’obiettivo dell’allegra famigliola è quello di distruggere tutto il campo di sepoltura onde evitare evocazioni di spiriti maligni e di entità crudeli. Salem non la pensa cosÏ e si precipita immediatamente a consultarsi con Le Croix che ordina l’uccisione di tutti i componenti della famiglia. Il piano killer ha inizio: la famiglia incomincia ad ammalarsi drammaticamente e la moglie Sarah diventa posseduta. Da qui entreranno in scena protagonisti pozioni haitiane, riti, violenze, esorcisti come Padre Malone o il truculento spirito del Barone Samedi. Come andrà a finire ? Per scoprirlo compratevi il disco e leggetevi come sempre i testi del Re Diamante che spiccano ancora una volta per originalità; sebbene il concept di fondo in questo caso à si intrigante ma fortemente ispirato ai vecchi successi, fra tutti “Abigail” e “Them”. Perchè ho fatto questo trailer cinematografico per descrivere l’album “Voodoo” ? Semplicemente per rendere l’idea di quanto sia cupa e malsana l’atmosfera che permea tutto il disco, riffaggio distorto, stregato di LaRoque condito da un Diamond in grande spolvero; lo troviamo difatti abile direttore d’orchestra della sua band, teatrale quando serve, sofferente, psicotico, preso da cantilene infernali o da sinfonie spettrali. Se dovete scommettere un centesimo su un punto di forza che appartiene a “Voodoo” sicuramente è la prestazione vocale. LaRoque sempre presente fornisce assoli dissonanti, scale, intro ed arpeggi votati a creare un impatto sonoro veramente coinvolgente che fa sentire l’ascoltatore nella Louisiana fatiscente e mistica. Il basso di Estes pulsa e compie dei giri intriganti e provenienti dall’oblio mentre il drumming di Hèbert risulta essere tanto essenziale quanto incisivo. Nota di merito al lavoro dietro le tastiere che non sono mai invasive e forniscono un valido supporto alle melodie horrorifiche che compongono il disco. Non è tutto oro però quello che luccica, ci sono dei brani pienamente sorvolabili come la title-track [vede la partecipazione di Darrell] fin troppo sperimentale o l’insipida “A Secret” dove si salva solo il lavoro chitarristico di LaRoque/Simonsen. Ma fra momenti che trascorrono con qualche rimpianto per delle strutture forzate e mal assemblate c’è tempo per trovare delle perle incastonate come il duo iniziale “LOA House” , “Life After Death” o la sezione centrale composta dalla schizofrenica “One Down, Two Go”, “Sarah’s Night”, l’epica “The Exorcist”. Per rendere più fluida la storia poi troviamo molti interludi, ottimo l’intro “Louisiana Darkness”, che migliorano la resa globale. Uno di questi ci prepara alla atipica “The Cross of Baron Samedi” la quale al primo ascolto può risultare ostica ma si rivela essere un roccioso mid-tempo di heavy classico con chiara ispirazione teatrale.
Si giunge così alla conclusione dell’ennesima storia romanzata da King Diamond con la hidden track “Aftermath” che svelerà il retroscena finale. Sicuramente un passo avanti per la carriera del cantante danese che dopo i primi cinque capolavori aveva subito una flessione,dovuta pure allo split con la Roadrunner, ma “Voodoo” ha il difetto di prendersi un pò troppi blackout durante la sua ora scarsa di durata che non gli permettono di competere con i veri diamanti del Re. Storicamente lo considero come il disco del rilancio a cui seguiranno altri lavori solidi fino ad arrivare all’ultimo modesto “Give Me Your Soul Please”, aspettando che dalla sua base operativa a Dallas ci siano segnali di vita per un nuovo concept ricco di perfidia che renda giustizia al nome “King Diamond”.
Recensione di Daniel Molinari
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