Se le recenti dichiarazioni di Corey Taylor lasciano più di un dubbio sul futuro degli Slipknot, tra i motivi che spingono il cantante statunitense sempre più lontano dalla band con la quale ha raggiunto il successo c’è sicuramente il crescente consenso di pubblico degli Stone Sour. Dopo un primo album discreto che mostrava ottime idee ed un paio di brani di forte impatto, la virata decisiva è arrivata con il successivo “Come What(ever) May”, brillante mix di heavy metal moderno, alternative rock e post grunge in cui le canzoni oltre ad avere una forte identità, strizzavano l’occhio in più di occasione al mercato discografico. Confermato Nick Raskulinecz in veste di produttore il terzo sigillo di casa Stone Sour segue stilisticamente la linea tracciata dal fortunato predecessore ed anzi le quattro ballate di turno, oltre ad un cantato sempre più melodico, pulito e per la verità in continua ascesa dal punto di vista tecnico-espressivo, fanno giustamente pensare ad un ulteriore passo verso la scena mainstream. Non c’è dubbio che dall’ingresso alla batteria di Roy Mayorga il tiro ritmico della band si sia alzato notevolmente, così come appare evidente, a dispetto delle male lingue che si possono sprecare in sproloqui sull’integrità artistica della band, che la qualità delle canzoni in “Audio Secrecy” è cresciuta ulteriormente tanto da poter scongiurare la presenza di una sola traccia da sottovalutare durante l’ascolto dell’opera in questione. L’apertura affidata a “Mission Statement” mostra subito i denti con un riff che sa di Metallica per poi aprirsi in un ritornello di quelli da ricordare a lungo. Sganciata la prima bomba Corey e soci ripartono in quarta con un pezzo di ruffiano heavy rock moderno come “Digital”, seguita dall’ottima “Say You’ll Haunted” che abbina una strofa sognante ad un refrain di grande impatto nuovamente azzeccatissimo. “Dying” è la prima grande ballata e non farà rimpiangere l’indimenticata “Through Glass”, seguiranno una romantica e un po’ “poppeggiante” “Hesitate”, mentre le immagini sfocate evocate da “Miracles” permettono alla band di riproporsi su melodie grunge e allo stesso Taylor di sfoderare l’ennesima prestazione da urlo in questo disco. Per ascoltare qualcosa di più spinto basta puntare su “Nylon 66” e “The Bitter End”, caratterizzate entrambe da un riffing tagliente e da vocals a tratti sporche, senza trascurare “Let’s Be Honest” che pur poggiando su un apertura melodica assai familiare riesce a graffiare nella parte centrale. Nel finale c’è spazio per le tinte acustiche di una “Imperfect” dal retrogusto malinconico e per le mille sfumature di “Threadbare” coraggioso episodio in cui ritornano ad aleggiare le atmosfere oscure già respirate in più di una circostanza all’interno del disco. In attesa del botto, non mi resta che incominciare a contare i singoli uno, due, tre….Tutti!
Recensione di Teospire
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