I norvegesi Disiplin suonano un particolarissimo mix di black ed industrial, genere che li avvicina a formazioni relativamente sperimentali e noise con una predilezione per il post-black ultra-contaminato ed iper-distorto. Difficile trovare band di riferimento, ma pensate ad un’improbabile unione del minimalismo darkthroniano con i ritmi claustrofobici e decadenti dei riformati Godflesh e, in più, aggiungete una punta di quelle suggestioni tipiche dei Satyricon più sperimentali.
Ecco allora che si viene a creare un mix complicato, stratificato e complesso, tanto intellegibile quanto efficace nel far ricadere l’ascoltatore in una vorticosa spirale di puro noise. Esempio perfetto per quanto espresso finora è il brano “White Earth”, manifesto di un lirismo criptico e complicato da comprendere appieno.
Logicamente chi non è avvezzo a sonorità particolari come queste potrà esprimere il suo ribrezzo etichettando il tutto come semplice rumore, sensazione a cui i Disiplin ricorrono spesso e volentieri, ma in realtà c’è di più, molto di più: attraverso l’utilizzo di filtri che rimandano al concetto più industriale della musica estrema, il duo cerca di trasmettere un senso di dolore opprimente utilizzando colori e sfumature tipici del proprio variegato background stilistico al fine di generare nell’ascoltatore una sensazione di strana soddisfazione. Tale senso emotivo può essere interpretato come un complimento alla band per essere stata in grado di osare, di spingersi veramente molto in là nella concezione musicale della propria proposta, ma anche di averla resa accessibile a pochi eletti in grado di comprendere a fondo tutte le sfumature.
Ed è proprio qui che risiede il maggior difetto o, se preferite, il miglior pregio di “Radikale Randgruppe”, cioè l’essere un disco destinato a pochi estimatori specifici. La voluta cacofonia e l’impasto sonoro non sono facilmente decifrabili, ma chi avrà la voglia, la costanza e la concentrazione necessarie per addentrarsi nel quarto lavoro del duo, allora sarà sufficientemente ripagato da una cura dei particolari che non emerge ad un primo, distratto ascolto. Per gli altri consigliamo di stare a debita distanza da questa band d’avanguardia, la cui unica colpa è forse quella di aver osato troppo.
Recensione di Andrea “Thy Destroyer” Rodella
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