“I’m basically just trying to explore music and push boundaries and create something new, which is something we’ve been doing anyway”
Con queste parole di Trey Azagthoth si apre il palcoscenico per la critica che ha per soggetto il nuovo full lenght dei Morbid Angel, “Illud Divinum Insanus”. Inutile e superfluo che rileggiate le due righe iniziali alla ricerca di un plausibile errore di battitura : c’è scritto critica e non recensione. Una scelta dettata prettamente dal fatto che dopo 9 anni dall’ultimo lavoro “Heretic” ridurre il tutto a una mera recensione di qualche paragrafo mi sembra essere irrispettoso nei confronti di coloro che un tempo erano i padroni dell’Olimpo del Death Metal, i Morbid Angel.
Voglio subito mettere in chiaro che non siete di fronte alle parole di un integralista che sperava in un agognato ritorno alle sonorità di “Altars of Madness” o “Blessed are the Sick” bensì, e qui calo mestamente la maschera, a un fan di tutta la produzione della band americana con relativi picchi positivi/negativi. Il punto focale per andare a comprendere la nuova concezione sonora dei Morbid Angel sta proprio nel tradurre il più fedelmente possibile le dichiarazioni rilasciate a Decibel da Trey. I nostri nell’arco temporale del silenzio discografico si sono evoluti, sono profondamente e radicalmente cambiati, gli orizzonti non sono più gli stessi e sorge così il desiderio presuntuoso di concepire delle architetture musicali che possano risultare simultaneamente innovative ma, fondamentalmente, legate visceralmente al trademark classico che contraddistingue da decenni la creatura di Trey e David. Il puzzle si completa con la forzata dipartita dallo studio per l’infortunio alla schiena di Pete “Commando” Sandoval e dalla prima comparizione ufficiale di Destructhor come membro fisso e non solo turnista live. La macchina da guerra di El Salvador è sostituita temporaneamente dal giovane rampante Tim Yeung, un personaggio che sta collezionando comparizioni illustri e che, al momento della nomina, aveva suscitato più di una perplessità per via di un drumming diverso e molto più moderno di quello vecchia scuola lancinante di Pete. A posteriori, fosse stato il buon Tim la falla di questo disco saremmo già giunti alla chiusura del palcoscenico. David è stretto nella morsa delle sue magliette in latex e Trey nelle imponenti vesti di chitarrista si sente intrappolato in una camicia di forza. Sembra che sperimentare diventi un imperativo in casa Morbid Angel, il volersi ergere nel XXI secolo come dei precursori di un movimento musicale futuro rivoluzionario ma totalmente immaginario. Mi si perdoni l’adattamento improprio del concetto di “Panopticon” di Michel Foucault ma l’idea che si ha è proprio questa. L’egocentrismo/megalomania del duo master-mind prevale ed appare di conseguenza l’immagine di un nodo centrale dove vi sono issati i nuovi Morbid Angel e di fronte, inerme, la massa che dovrebbe avere una visione centralizzata e lobotomizzata del concept musicale malato e innovativo del Death in chiave di lettura 2011 prodotto dai signori da Tampa, Florida. “Panopticon” per l’appunto, “dovrebbe” per l’appunto. Il quadro in cui si inserisce la musica di “Illud Divinum Insanus” [latino usato a random, mi raccomando ndr] è questo, ma attenzione non è da commettere l’errore di pensare che sia la causa del fallimento dei Morbid Angel. Tutto ciò che è stato detto è un bene per la musica, il volersi evolvere e approdare a lidi sconosciuti è una manna dal cielo in tempi dove sembra prevalere la formula standard di prodotti già proposti e riproposti. La rottura dell’equilibrio lo si ha quando si mette il cd nello stereo. Le parole di Trey suonano come ridondanti e banali, dette quasi per volersi proteggere a priori da eventuali feroci critiche. Il tutto è riassumibile con “il concetto c’è, la realizzazione concreta è pessima”.
Ricercatezza, raffinatezza, colonna sonora dell’Inferno, ridefinire i confini dell’estremo ? Sì, il negozio di Death è chiuso per ferie, ritentare la prossima volta. Perchè il problema non è l’inserimento di beat sincopati estratti dal mondo techno, ma l’essere inseriti in malo modo risultando poco idonei alla struttura della canzone e fastidiosi alle orecchie dell’ascoltatore. Leggi : Too Extreme ! Too Boring, direi..o Too Failure, nel caso si aprisse un contest per rinominare la tracklist di “Illud Divinum Insanus” [scelte abominevoli pure in questa sede]. L’esperimento appare leggermente riuscito meglio in “Profundis - Mea Culpa”, che sembra ricalcare le mie stesse parole di quando ho iniziato a pensare “voglio recensire il comeback dei Morbid Angel”, ma la confusione nella composizione regna sovrana. Ritmi degni di Angerfist [Wikipedia ndr], chitarre filtrate che lasciano trasparire riff semi-decenti e poi chorus di carattere cinematografico a voler richiamare l’intro barocco di “Omni Potens” non portano a nulla di compiuto, solo a molteplici accenni di soluzioni stilistiche che non troveranno mai compimento. La perla, per chi scrive, risiede nel cuore di “Destructos vs Earth/Attack” che già dal titolo si annuncia come un colossale buco nell’acqua. Oltre a ricordarmi per un attimo film di fantascienza come la “Guerra dei Mondi” la suite di ben 7.15 [pensavate a una Summoning Redemption di GTA, eh ?] non decolla mai. Perchè ? Influenze industrial che suonano di accozzaglia e ancora una volta idee mal distribuite all’interno di una prolissità superflua, dove non accade nulla che possa essere degno di nota. Complimenti a chi riesce a raggiungere il quindicesimo secondo dei sette minuti. Io, senza troppi rimpianti, alzo bandiera bianca. Piccolo accenno al lato lyrics. Si è passati dal misticismo oscuro di “Covenant” a “Destructos Marching On ! x3”. Devoluzione ? Ai posteri l’ardua sentenza. Il progetto dei nostri comunque continua con “Radikult” dove andrò controcorrente rispetto alla massa, ma si intravede un qualcosa di positivo. Il sogno di avere il binomio innovazione-qualità però si infrange dinanzi a un chorus pessimo dove le venature industrial si banalizzano. Degno di nota l’assolo che vince pure il premio di “assolo sprecato in un contesto monco”. Uscendo dall’ottica della visione open mind, i Morbid Angel si ricordano di essere una band Death proponendo però dei brani scialbi come "Existo Vulgorè" e il singolo "Nevermore", entrambe dotate di un refrain sinistramente simile. E qui sorge il sospetto : ma le idee ci sono, nascoste dietro agli orpelli della sperimentazione, oppure stiamo raschiando il fondo del barile ? Se ci fosse il Sgt. Hartman ci direbbe “il cerchio si stringe”, lascio a voi completare a piacimento la citazione. Discreti momenti di soddisfazione sono regalati da “10 More Dead”, “Blades for Baal” e “Beauty Meets Beast” dove chiaramente non si grida al miracolo ma, superando l’ostacolo “sounds so catchy”, si ritrovano cristalli dei Morbid Angel che furono, con un riffing ispirato più al periodo Domination che a quello seminale dei primordi. L’auto-celebrazione dei nostri giunge con “I Am Morbid” che prossimamente, vista l’impronta decisamente melodica e commerciale, sentiremo come singolo in rotazione su Virgin Radio.
L’idea in fondo è che del buono ci sia all’interno di “Illud Divinum Insanus”, ma questi venga completamente oscurato e trascinato a fondo dalle soluzioni drastiche e mal riuscite delle tracce circostanti. Sì, David è ancora grintoso con la voce nonostante gli anni passino e forse Tucker non era proprio da cestinare così rapidamente, Trey con la sua Jackson regala ancora attimi di istantanea illusione, Destructhor..chi ? e Yeung sforna una prestazione precisa; il tutto corredato da una produzione Season in the Mist di primo livello, ma quello che rimane alla fine dei 56:43 è solo un pesante amaro in bocca e un sapore di delusione che difficilmente scomparirà. Forse con la lettera J, forse.
Recensione di Daniel Molinari
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