Tornano gli svedesi Soilwork, band che durante gli anni si è costruita un certo successo nella scena del death melodico, e che deve comunque molto ai più famosi conterranei In Flames, soprattutto riguardo le loro ultime release. Dopo la dipartita del drummer Richard Evensand, le parti di batteria sono state affidate a Dirk Verbeuren (Scarve), con buoni risultati. L’album, registrato in parte nei Dug-Out Studios di Uppsala, in parte nei Fascination Street Studios di Orebro con la collaborazione del produttore Daniel Bergstrand e la cui cover è stata creata dal chitarrista degli Mnemic Mircea Gabriel Eftemie, è convincente e ben riuscito, perdendo forse un po’ in alcune parti più moderne e vicine al nu-metal, a volte nel cantato con voce pulita, ma risulta ugualmente aggressivo e fluido, duro e veloce nel suo complesso.
Lo si vede appena inserito il disco nel lettore, con la title-track “Stabbing The Drama”, potente al punto giusto e con frequenti cambi di ritmo inseriti ad arte. Nella successiva “One With The Flies”, forse più che nelle altre tracce, è evidente l’influenza degli In Flames di “Reroute…” e “Soundtrack …”, mentre “Weapon of Vanity” è caratterizzata invece da un refrain più vicino al nu-metal, ma non perde nulla in potenza rispetto alle tracce precedenti.
Arriviamo poi a “The Crestfallen”, traccia dall’avvio veloce in cui ancora una volta il singer Bjorn “Speed” Strid alterna cantato in growl nelle parti più aggressive ad una voce pulita nelle parti più melodiche. Si perde un po’ a livello qualitativo secondo me con “Nerve”, più melodica e sperimentale delle precedenti, che sembra non convincere pienamente, ma questa impressione svanisce subito con la nervosa “Stalemate”, nettamente più carica e costruita sui potenti riff delle due chitarre e la velocità della batteria di Dirk. Buona è anche la successiva “Distance”, che mantiene comunque lo stile delle altre con il solito refrain che nel contesto della canzone appare però più azzeccato, grazie anche ad un sound più particolare.
Dopo due canzoni piuttosto sottotono rispetto al resto del disco, spicca “Blind Eye Halo”, sorprendentemente più violenta e accelerata rispetto alle altre e che costituisce una piacevole sorpresa grazie alle sue ritmiche più tradizionali, strizzando a volte l’occhio anche al trash. Infine il disco si chiude con un'altra buona traccia, “If Possibile”, in cui la band mescola sapientemente ancora una volta l’aggressività che pervade tutto il disco con una buona dose melodica, creando così un altro dei brani che rende questo “Stabbing The Drama”, nonostante alcune brani meno riusciti, un buon disco.
Dunque il sesto album della band svedese sembra proseguire il discorso intrapreso fin da “A Predator’s Portrait”, sviluppandolo ulteriormente secondo l’evoluzione del quintetto negli ultimi anni, ed aprendo forse anche nuove strade e prospettive ad un gruppo che ha ormai ben chiara in testa la strada da seguire.
Recensione di Marco Manzi
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