Meshuggah in ebraico significa pazzia e mai nome fu più azzeccato per un gruppo come in questo caso. E' indubbiamente la pazzia, l'instabilità mentale che guida i passi di questi 4 folli svedesi fissati con le tecnologie future e la persona umana. Sin dagli inizi con None o col capolavoro Destroy Erase Emprove si era capito che la band aveva un modo di vedere la musica assolutamente fuori dal normale e con Chaosphere aveva dimostrato che si poteva andare oltre qualsiasi cosa di estremo era stato concepito fino ad allora. Riusciti a raggiungere il (forse) punto finale dell'estremo i nostri han deciso che era ora di cambiare ancora dando in pasto ai fan (dopo un'attesa di oltre 5 anni) un prodotto pesantissimo: Nothing. Registrato usando chitarre a 8 corde quest'album era un netto distacco da quanto fatto prima per via di tempi quasi sempre lenti (ma dotati di un groove impressionante) e parti pesantissime. Ma la pazzia del gruppo (fortunatamente) non si ferma qui. Nel giro di poco meno di un anno ecco uscire il MCD "I" che la band vede come la chiusura del cerchio e l'ora di una nuova e più significativa svolta (trovate la sua recensione nel nostro database). E ora stò per arrivare nei negozi questo nuovo Catch Tirtythree, un nuovo capitolo di pura pazzia.
Se con "I" avevano dimostrato di riuscire a creare una canzone da 21 min senza punti morti e costruita in maniera da non annoiare con questo Catch 33 fanno un altro passo avanti facendo un'unica canzone che dura poco più del doppio (però la casa discografica per ragioni promozionali ha voluto una divisione in "capitoli" per cui è stata divisa in 13 parti) e anche in questo caso l'ottima costruzione fà si che l'attenzione non cali per tutta la sua lunghezza. L'inizio è subito pesante, niente parti melodiche o qualche specie di intro ma tutti gli strumenti insieme a colpire in pieno volto l'ascoltatore e scaraventandolo all'interno di un oscuro tunnel mentale. Già dall'inzio si capisce questo è un disco sulla falsa riga di Nothing, con tempi mediamente lenti e pesanti anche se forse la dose di "melodie" (se si può parlare di melodie) è aumentata per creare un effetto più claustrofobico all'intero lavoro. Poco dopo un min ecco fare il suo ingresso anche Jens Kidman con la sua sempre ottima voce urlata che ci narra il complesso concept alla base dell'intero lavoro, un'analisi della mente umana con le sue contraddizioni e le sue negazioni. La batteria (in questo album ancora programmata come era già successo per Nothing) è come al solito pazzoide, infatti risulta praticamente impossibile trovare un senso logico a ciò che la contorta mente di Tomas Haake ha partorito. Le chitarre di Thorendal e Hagstrom creano un muro di suono impressionante, ancora più pesante di quello del precedente Nothing. Ovviamente trovare qualcosa di continuo o anche solo lontanamente memorizzabile è un'impresa ardua. Riff ripetuti come in un ciclo infinito (anche se ascoltandoli attentamente qualcosa cambia sempre) fanno si che pian piano la nostra mente si sgretoli e non rimanga più nulla all'interno se no la musica e le senazione portate da questo cd. I momenti di respiro sono pochi, come il capitolo Mind's Mirror in cui una voce che sembra provenire da un'altra dimensione dà una mano a creare l'atmosfera aliena che pervade tutto il disco. La parte centrale, dopo una prima violentissima, è più basata sull'alternanza di parti più atmosferiche (con degli arpeggi e dei rumori veramente insensati ma che fanno crescere a dismisura la tensione che questo disco provoca) a parti forse ancora più violente di quelle proposte precedentemente. Una lunga serie di dolci (ma terrificanti e angoscianti per l'atmosfera che creano) note in In Death - Is Death è la tipica calma prima della tempesta finale del disco. Infatti la successiva Shed da il via a quanto di più estremo abbiamo mai creato i Meshuggah. Non serve la velocità per creare qualcosa di estremo e qui loro lo dimostrano appieno. Pezzi lenti e pesanti, voce a tratti sussurrata che penetra nella nostra mente (o meglio, nel poco che ne è rimasto), chitarre che creano linee sovrapposte in apparenza senza senso, una batteria schizzata come al solito in primo piano e un crescendo di groove lento ma costante che esploderà nella successiva Personae Non Gratae e sopratutto nelle le sfuriate di Dehumanization. E' chiamato Sum il capitolo che chiude lentamente, all'esatto opposto di com'era iniziato. Con le sue atmosfere forse un filino più rilassate ci permette di vedere un piccolo bagliore alla fine del lungo tunnel.
In conclusione ecco a voi l'ennesimo passo avanti dei Meshuggah, un'altra barriera dell'estremo è stata abbattuta. Per tutti i fan un prodotto vivamente consigliato, per gli altri forse un'ottima scoperta.
Recensione di Simone Bonetti
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