Terzo album per i milanesi Mesmerize. La band ha tutte le carte in regola per spiccare tra le numerose band che affollano il
panorama nostrano. Prendete il meglio dell'heavy metal degli eighties con una produzione più pulita frutto delle tecnologie di
cui disponiamo oggigiorno e già avete delineato i contorni del combo meneghino.
La rivisitazione in chiave più attuale del nostro genere preferito fa si che ogni singola non trasmetta all'ascoltatore quel sapore
di già sentito. Sicuramente il merito va principalmente all'ottima ugola del singer Folco Orlandini ed all'articolato e possente
guitar work di Piero Paravidino e Luca Belbruno.
Caratteristica che a partire dalla opener "The Burn" si trascinerà nel
corso di tutte le 10 tracce dell'album.
Ogni singola traccia ha una sua personale identità ed in ognuna si possono trovare differenti richiami a band di spicco, ad
esempio l'inizio di "Bitter Crop" riporta alla mente i Megdeth dei tempi d'oro mentre nella successiva "Princess of the Wolves"
si sentono maggiormente le influenze della scuola power tedesca, ovviamente Helloween in primo piano. Anche se il cantato
di Orlandini in più di un'occasione, solamente però sui toni più bassi, continua a riportarmi alla mente il buon vecchio
Mustaine.
In "Windchaser", traccia potente e cadenzata, l'aggiunta di un violino conferisce alla canzone un tocco più personale a quello
che giè considero uno dei migliori brani di tutto l'album. E così via, brani veloci si alternano cedendo il passo a middle tempos
più cadenzati, che prendono maggiormente il sopravvento nelle battute finali del platter. Questi continui cambi fanno si che
l'ascoltatore non possa restare mai annoiato, così si passa tranquillamente da brani dallla ritmica potente come "Field of
Heroes" alla successiva melodica "Lure of the Temptress" dove ritroviamo l'elemento violino, una potente batteria. Fino ad
arrivare alle ultime battute con "Impossible Infinity" che riporta alla mente gli iberici Mago de Oz in una suite di oltre dieci
minuti, impreziosita dalla candida voce di Paola Bianchi, cantante del gruppo dark Ludmila, che duetta con Folco.
Agli appassionati della scena heavy italica, ma non solo, non mi resta altro da fare che consigliare l'acquisto dell'album. Unica pecca, se così si può definire, è l'artwork, decisamente meno attraente rispetto ai disegni fantasy dei precedenti "Vultures Paradise" e "
Off The Beaten Path", ma come si dice, non è l'abito che fa il monaco e mai come in questo caso tale detto è più azzeccato. Da
avere e da assaporare fino all'ultima nota!
Recensione di Paolo Manzi
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