Dopo un 'attesa durata ben tre anni tornano sulla piazza i viking metallers svedesi Thyrfing
presentandosi con il degno successore di "Vansinnesvisor".
"Farsotstinder" potrà essere apprezzato al primo ascolto solamente da chi aveva digerito e capito il suo
illustre predecessore. Un sound oscuro e cadenzato, ricco di venature di difficile e certamente non
immediata assimilazione che si celano tra le note di questo nuovo platter. Inserti ed atmosfere di
tastiera e la voce rabbiosa del vocalist Thomas fanno il resto.
Così si apre con una violenta "Far
Åt Helvete" dove l'epicità cade in secondo, a volte terzo, piano e dove si cominciano a vedere i primi
effetti di una sperimentazione che comincia a prendere piede, vedi i versi in latino presi dall'intro della
"Messa da Requiem" recitati da un'inquietante coro sul finale del brano.
La successiva "Jag Spår Fördärv" risente in maniere evidente dell'influenza dei vicini di casa Enslaved
dell'ultimo periodo, mentre l'oscura e cadenzata titletrack "Farsotstider", grazie alla complicità di un
sound cadenzato ed un sottofondo di tastiera è riconducibile per diversi aspetti ai primi Ajattara.
Si ritorna invece ad un sound "Thyrfing" con "Host", qui a fare dell'epicità l'epicentro della canzone
sono Henrik Svegsjo, Patrik Lindgren le loro chitarre ed un coro con voce pulita a contrasto del
furioso scream di Väänänen.
Si candida a miglior pezzo del lotto "Elddagjämning", il perfetto esempio di canzone che racchiude tutte
le caratteristiche presenti in tutto l'album: sperimentazione, oscurità, epicità, rabbia.
In chiusura troviamo invece il pezzo più, per così dire, black/folk con quei cori epici ereditati dal mitico
"Urkraft".
Interessante la copertina il perfetto stile black metal, che stride un pò con la strada stilistica intrapresa
dalla band così come il ripristino del vecchio logo.
Un buon lavoro dunque, complice anche il lavoro di produzione di Henrik Edenhed, per la formazione
svedese ma, come detto in apertura, non adatto a tutti i "palati", uomo avvisato...
Recensione di Paolo Manzi
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