“Horns Of Silence” è il primo album della power/folk metal band bergamasca, a dire il vero molto power e poco folk, che torna così dopo il demo “Ray Of Time” datato 2004. Dalla copertina raffigurante un guerriero simile al nano del Signore Degli Anelli pensavo al classico gruppo power ultra-tradizionale legato alle tematiche di Tolkien, invece sebbene la componente power sia predominante si può ugualmente percepire una certa presenza di elementi folk già dall’iniziale “In The Name Of Odin”, con parti un pò alla Finntroll, e non si può certo dire che nel sound della formazione nostrana manchi originalità, che discosta un pò il gruppo dai soliti clichè del genere. Va segnalata inoltre la presenza come ospite di Damnagoras degli Elvenking, che presta la sua voce in tre dei nove brani che compongono questo disco.
Il primo di questi è “Lost In The Forest”, una piacevole cavalcata tra la batteria di Alberto e le chitarre di Claudio e Luca, dove fanno capolino le tastiere di Ivan a dare maggior effetto. La successiva “Losing Reality” strizza l’occhio nel ritornello ai Sonata Arctica, pur mantenendo quella componente un pò più personale per il resto del brano, mentre “Glory To The Gem” si presenta come un lungo mid-tempo in cui viene fuori il lato melodico e anche leggermente “pomposo” per poi recuperare in velocità nella seconda parte dove c’è spazio per un assolo di Luca.
Arriviamo alla medioevaleggiante “Goblins’ Song”, decisamente festaiola e più folk rispetto a quanto sentito sin’ora e per questo a mio parere forse la canzone di maggior interesse del disco che senza contare anche l’uso del violino (suonato da Marta Baldi e presente in diversi brani) unisce al proprio sound elementi che richiamano In Extremo e Trollfest, per chiudersi con lo scoppiettare del fuoco nella foresta.
Più classica nella prima parte “Legend Of The Ice Wolf”, perchè da metà in poi si trasforma in un brano strumentale sempre con qualche elemento folkloristico, per chiudersi negli echi di grida di battaglia. “Sign Of The Unicorns” è grintosa e allegra, con melodie più ariose e distensive, ricordando anche per certi versi gli Angra, e quest’atmosfera si estende in parte anche alla breve “Resurrection”.
Infine troviamo “Knights Of Darkness”, dall’introduzione epica ed intensa, si presenta rispettando il nome come la canzone più “inquieta” ed aggressiva dell’intero album, ed anche come una delle migliori, con parti più tirate e cambi che ne variano l’andamento fino a culminare nella oscura conclusione.
Gli Spellblast se ne escono quindi con un disco piacevole e mai troppo scontato, che porta anzi qualche segnale interessante a livello compositivo, facendo ben sperare per il futuro. Un lavoro che vanta anche una buona produzione e che può essere apprezzato da un pubblico più ampio dei soli appassionati del classico power metal.
Recensione di Marco Manzi
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