Certi gruppi dovrebbero prendersi delle pause tra una release e l'altra, in modo particolare quando il calo qualitativo della proposta aumenta di disco in disco.
I primi piccoli sentori si erano avuti con "Epica", "The Black Halo" aveva ancora qualche ottima idea che aveva salvato quasi in toto il disco.
Ora siamo a "Ghost Opera" che pare sfornato con le idee scartate dai dischi sopra citati e rivisitate in chiave più moderna e commerciale nel mero tentativo di mascherare qualcosa privo di valide idee e di un minimo di originalità.
Tecnicamente siamo davanti a canzoni sicuramente ben strutturate, d'altronde la formula sperimentata dall'act statunitense si è dimostrata valida in più occasioni e credo che possa durare ancora per qualche disco.
Quello che proprio non va giù è il songwriting davvero scadente, le melodie sanno di, passatemi il termine, ri-ri-riciclato. Anche le backing vocals che avevano contribuito a salvare "The Black Halo" in questo caso paiono inopportune.
Se questo lavoro si salva dall'insufficienza lo deve quasi esclusivamente al guitar work di Youngblood ed alla, come sempre, eccellente produzione di Sascha Paeth e Miro.
Per il resto questo "Ghost Opera" potrà inizialmente attrarre solamente i fan accaniti che però non tarderanno a riporre il dischetto nello scaffale per tornare ad ascoltare lavori meglio riusciti, memorie di un tempò che fu... ma auguriamoci che non sia proprio così.
Recensione di Paolo Manzi
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