Ci risiamo…un altro concerto al bagnato,un bel tempo da lupi in sottofondo.
Suppongo che sia dovuto alla stagione, e al periodo non particolarmente
felice. Al mio arrivo davanti al locale vedo pochissimi coraggiosi che
aspettano pazientemente l’ora dell’apertura, e devo ammettere che io ,
invece,non mi sentivo altrettanto motivata. Finalmente si aprono i cancelli,
e nel frattempo il numero di presenti aumenta. Arriva il momento di ammirare
l’interno del Motion: un locale piccolo, ma ben strutturato e nel complesso
carino, non fosse per l’audio, che sin dall’entrata si rivela inopportuno a
causa del volume troppo alto, cosa che ha creato non pochi problemi sia ai
timpani degli sventurati che alla complessiva resa del concerto.
Ad aprire sono gli Stampin’ Ground, gruppo inglese nato nel 1995 e da poco
sotto la Century Media, e che propone una delle tante varianti di quello che
non è errato definire nu-metal; buona la presenza scenica del cantante, che
salta come un grillo dall’inizio alla fine dell’esecuzione e si impegna come
può ad invitare un pubblico ancora timido (e, aggiungerei, stordito
dall’impatto sonoro causato dall’audio troppo alto) ad avvicinarsi al palco.
Nel complesso, nulla di partircolarmente esaltante, il quintetto rimane
ancorato ai canoni del genere e non propone niente di nuovo.
Arriva così il turno dei Zyklon ,formatisi per volontà dell’ex chitarrista
degli Emperor, Samoth, e stavolta si parla di death. L’inizio non è dei più
esaltanti, la voce a tratti non si sente (ma suppongo sia colpa del solito
audio.) e la reazione è ancora “freddina”, anche se si nota un maggiore
coinvolgimento rispetto al gruppo precedente. Gli Zyklon offrono una
performance discreta, che alterna motivi già sentiti a riff originali e
graffianti, grazie all’ottimo lavoro di chitarra e batteria; le potenzialità
ci sono ma si può fare di meglio, specialmente considerato che la line-up
vanta nomi di tutto rispetto.
Ed eccoci alla trepidante attesa per il gruppo headliner, la tensione sale
(e anche la secrezione ormonale di alcuni presenti) e sotto il palco inizia
a radunarsi una vera piccola folla. Pochi, veloci preparativi e gli Arch
Enemy fanno la loro comparsa sotto i riflettori per la gioia del pubblico.
L’inizio è dei migliori, si parte con Tear Down The Walls e subito
l’atmosfera si scalda. Una splendida parte strumentale, e poi l’impatto con
la voce di Angela Gossow; attorno a me, sguardi allibiti (“ma è veramente
una donna”), e io stessa devo ammettere che ho faticato a costruire
l’ideal-tipo di “donna-che-canta-death-come-un-uomo”, dove quel “come” non
vuole essere limitativo. E’ difficile per un gruppo che nasce per volontà
nientemeno che dell’ex chitarrista di un gruppo come i Carcass e si fa
conoscere con una voce (maschile) trovare un degno sostituto, ma osservando
la presenza scenica, la gestualità e la voce della nostra eroina non posso
che dire che è stata proprio un’ottima scelta! Angela infatti è un tutt’uno
col gruppo, la sua voce si fonde e si adatta benissimo al sound del resto
della band, potente e molto accattivante. Il pubblico canta all’unisono le
canzoni che si susseguono a un ritmo devo dire serrato, e a ben guardare
scorgo anche un accenno di pogo . Seguono (più o meno nell’ordine) Silent
Wars, Burning Angel, Instinct, The Immortal, Ravenous, We Will Rise, Bridge
Of Destiny, Dead Eyes See No Future, Dead Bury Their Dead, Ravenous, eThe
First Deadly Sin; l’attenzione è tutta per gli Arch Enemy, non ci sono cali
né distrazioni, ormai si entra nel vivo. Silenzio di tomba durante il duetto
Amott-Erlandsson, e poi ancora un inferno sonoro fino alle conclusive Snow
Bound e Enemy Within .
Insomma, se non fosse stato per il sonoro pietoso, avrebbe potuto essere un
live perfetto, anche se, a giudicare dalla soddisfazione che traspariva
dalle facce dei presenti, in fondo credo proprio che sia stato così!!!
P.S. Un ringraziamento a Tormentor (Hardsounds) per la scaletta.
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