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Summer Breeze 2008 - 8/15/2008 - *** - Dinkelsbuhl (D)

E’ arrivato anche quest’anno il momento del Summer Breeze, festival di fama crescente di anno in anno, che si svolge nella bassa Germania.
Decidiamo di partire il lunedì, ben 2 giorni prima l’inizio del festival, così da poter visitare qualche posto durante il viaggio … si … l’intenzione era quella, ma quel che è stato è ben diverso. Arriviamo infine dopo varie ore in auto a Dinkelsbuhl, nella notte tra l’11 e il 12, e decidiamo di uscire dal paese per accamparci in una piazzola di sosta e dormire; l’indomani prendiamo albergo in città, poi una piccola visita in centro e la sera giro con la guardia notturna (questa la consiglio caldamente).
Arriva infine il giorno dell’apertura, quindi dopo una lunga coda in parte evitabile (ops, piccolo errore mio) arriviamo alla location del festival, quest’anno allargata rispetto all’anno scorso. Passiamo i vari controlli, montiamo le tende , non senza momenti comici, e ci dirigiamo all’area concerti per bere, mangiare e vedere qualche gruppo nella Party Tend, una sorta di tendone da circo.

Mercoledì 13/08/08
Arriviamo che tocca agli Anima salire sul palco, e il quintetto subito sfodera tutta l’energia della proposta che mi sento di descrivere come death-core, facendo muovere non poco i presenti, che sembrano gradire il concerto, e non poco, visto il mosh.. Precisi, energici, belli cattivi come richiede il genere e con suoni buoni che aiutano lo show, non c’è che dire, però niente di eclatante all’orizzonte, anche se protagonisti di una esibizione molto buona.
Cambio di palco e tocca ai Lay Down Rotten intrattenere il pubblico; il quintetto tedesco dal vivo rende piuttosto bene e il loro death metal da un impressione positiva. Potenti, precisi e affiatati hanno riversato sul già numeroso pubblico una bella dose di violenza, aiutati senza dubbio dai suoni che si confermano più che decenti su questo palco.
A una birretta non si dice mica no… e arriva poi il turno degli inglesi The Rotted, quintetto che si è fatto valere niente male qui sotto il tendone. Gli ex-Gorerotted hanno vomitato su una platea calda e rumoreggiante il loro grind metal con spunti punk in modo molto professionale e coinvolgente, con un attitudine tutta Hard-Core, forse non interessantissimi, comunque piaciuti ai presenti.
Arriva poi il turno degli Hail Of Bullets di calcare le assi del palco e li aspettavo con interesse; qualcuno me en aveva parlato bene e che posso dire io? Concerto suonato più che bene, musicisti sicuramente di grande esperienza con un buon affiatamento sul palco e carisma niente male per il singer Martin Van Drunen, ma il death metal di stampo classico dei cinque non riesce a colpirmi più di tanto, al contrario del pubblico sempre pronto a scapocciare a tempo di musica.
Beh, la stanchezza si fa sentire, volevo rimanere per i Born From Pain e il loro interessante metal-core, ma ahimè son tornato alla tenda stanco morto per riposarmi in preparazione alla giornata seguente sicuramente più lunga e variegata.

Giovedì 14/08/08
Arriva il mattino del secondo giorno di festival, un bel caffè e qualche porcheria per colazione, prendo su le mie cose (macchine fotografiche), poi ci dirigiamo verso l’area festival, in tempo per seguire l’esibizione degli svedesi All Ends, che ho avuto modo di apprezzare su disco, con molta curiosità. La band, guidata da 2 singer donne, forse complici i suoni non buoni del Pain Stage, non riesce a colpirmi molto positivamente, anzi, ho avuto una piccola delusione, ma non mi sento di bocciarli, diciamo rimandati alla prossima volta con suoni migliori. Il pubblico comunque pare gradire la proposta del combo, onestamente un po’ ruffiana (non si sente quasi per niente la mano dei 2 chitarristi degli In Flames nel songwriting), con picchi su brani come “Walk Away”, “Close My Eyes” oppure “Just a Friend”.
Pochi minuti e sul main stage iniziano l’esibizione i tedeschi Emil Bulls, protagonisti di uno show molto energico che cattura l’attenzione di parte dei presenti, con pezzi ruffiani e accattivanti, anche un po’ scontati. Nel tempo a disposizione la band , oltre a vari brani della discografia, si permette di omaggiare i Megadeth con una cover di Simphony Of Destruction, cantata ovviamente anche da chi non era li per il gruppo.
Si torna al Pain Stage per gli Aborted con un set equamente diviso tra il materiale storico e il nuovo lavoro “Strychnine.213”. L’ impressione è di una formazione in ottima forma, ricordiamo la buona interpretazione di “Hecatomb” penalizzata però da dei suoni affatto buoni, cosa che si ripeterà per vari gruppi su entrambi i palchi. Questo però non demoralizza il combo e il pubblico, che si fa trascinare in un classico “Wall Of Death” sulle note dell’ energica “Sanguine Verses”; applausi per la band olandese, senza dubbio.
La giornata va avanti con il folk metal dei Saltatio Mortis e, se da una parte l'esibizione del combo folk tedesco è stata convincente, tirata e con dei suoni soddisfacenti (come già detto prima, anche sul Main Stage cosa abbastanza rara ), sono stati eseguiti praticamente solo brani dall'ultimo "Aus Der Asche", tralasciando tutta la produzione puramente folk di "Tavernakel" e "Heptessenz”. In ogni caso, anche se un paio di pezzi più medioevaleggianti ci sarebbero stati bene, una prova più che positiva, soprattutto con l'ultima, applauditissima "Spielmannschwur"; nota di merito sicuramente per il singer Alea der Bescheidene, un vero animale da palco.
E’ il turno dei “nostri” Graveworm esibirsi per il pubblico del festival e seppur elogio la precisione e la preparazione della band, ahimè alla lunga i brani non riescono a catturare la mia attenzione, anche se la gente, col furioso headbanging e un ennesimo “Wall Of Death”, non sembra proprio del mio stesso parere, assiepata a seguire per intero l’esibizione.
Tocca ai Soilwork, questa estate un po’ dappertutto, calcare le assi del palco principale. La formazione svedese capitanata da Bjorn ”Speed” Strid raccoglie una buona percentuale del pubblico presente a Dinkesbuhl e sforna una prestazione molto buona mettendoci molta energia, concentrandosi in particolare modo sui brani dell'ultimo lavoro. Niente da eccepire su una setlist tutto sommato discreta e per una band orami abituata a calcare palchi di una certa importanza.
Pausa cibo, birra e riposo, per tornare poi fuori in mezzo alla gente, con gli Arch Enemy che iniziano il loro concerto. La band guidata dai fratelli Amott è il nome di punta del pre-serata di questa edizione del Summer Breeze e, suonando verso le 19.00, si accaparra una buona fetta del pubblico presente. Strumentalmente non c’è nulla di ridire (e con una formazione come gli Amott, D'Angelo ed Erlandsson parebbe anche strano), l'unica nota stonata arriva dalla frontwoman Angela Gossow che non riesce a ripetere le buoni prove da studio, penalizzata sicuramente dall’ineguatezza dei suoni; applausi comunque per la scelta dei brani, con picchi sugli ormai classici “Dead Eyes See No Future” e l’immancabile finale “We Will Rise”. Altro gruppo da rivalutare in altra sede e con suoni più adeguati.
Chi arriva ora sul Pain Stage? Ma certo, un nome, una garanzia di massacro sonoro, ecco quindi i Behemoth Non c'è scampo, quando entrano in scena i polacchi il risultato è uno solo: il massacro. Il quartetto formato da Nergal, Orion, Seth e Inferno mette a ferro e fuoco il palco con uno show violentissimo, veloce e tecnicamente perfetto, con una setlist ricca di classici: dalla feroce opener “Slaves Shall Serve” a “At The Left Hand Ov God”, da “From The Pagan Vastlands” a “Sculpting the Throne Ov Seth,” da “Christgrinding Avenue” (introdotta da Nergal che distrugge una copia del Nuovo Testamento e ne sparge i pezzi sulla folla) alla conclusiva “As Above So Below”. Poche chiacchiere, tanto brutale death metal, una presenza scenica dirompente (grande il lavoro di Orion e Seth sui refrain, per non parlare del metronomo Inferno, ormai un leader della scena estrema dietro le pelli), questa la sintesi. Peccato solo per i suoni, altrimenti sarebbe stata un esibizione quasi perfetta. Ripeto, una garanzia e uno degli highlight del festival.
Giunge l'ora di una band tra le più attese. Gli inglesi Paradise Lost, guidati da un Nick Holmes tutto sommato in forma, aprono con la stupenda “The Enemy”, singolo dell'ultimo e ottimo lavoro “In Requiem” e proseguono spaziando in tutta la carriera senza dimenticare i controversi “One Second” (da brividi la title track) e “Host”. Ma è con i brani storici tratti da “Draconian Times”, come “Once Solemn” e “Forever Failure” e da “Icon” con “True Belief” che il pubblico tedesco esplode dando il giusto tributo al quintetto britannico. Chiusura da applausi con l’immancabile e fantastica “Say Just Words” per quello che è stato uno dei gruppi migliori di quest’anno, anche se con pareri discordanti sentendo altre fonti.
Do you want to dance? Ecco quindi i Diablo Swing Orchestra finalmente. Gli estrosi musicisti jazz metal (se così li si può chiamare) mantengono le aspettative sfoderando una prova davvero senza punti deboli, se non la brevissima durata, contenuta dei 30 minuti concessi a ogni gruppo del Party Tent. Oltre alla splendida e superba voce della cantante mezzosoprano Annlouice Loegdlund e ai suoni veramente più che buoni (qua sotto il tendone si hanno avuti i migliosi suoni di tutto il festival), degne di nota sono state l'opener “Poetic Pitbull Revolution” e la travolgente “Ballrog Boogie”, oltre a un brano ancora inedito, che si è dimostrato molto piacevole. Promossi senza ombra di dubbio e consigliatissimi. Da vedere.
Ecco quindi gli Helloween di nuovo sul palco di un festival, questa volta da headliner; concerto che si è dimostrato praticamente identico a quello delle date milanesi dell'Hellish Tour e del Rockin' Field per quanto riguarda la seti list. Sfortunatamente, i padroni di casa sono stati massacrati dai suoni scandalosi del Main Stage, che ha trasformato i bassi nel rombo di uno shuttle in partenza per lo spazio aperto. Un vero peccato, anche perchè musicalmente la band si è sembrata esprimere molto bene, con il solito istrionico Deris, ormai a suo agio anche sui brani più insidiosi dell'era-Kiske (“Eagle Fly Free” compresa; solo “Dr. Stein” fa ancora storcere un po' il naso per l'interpretazione), e il solito Weikath (fumatore ininterrotto sul palco) con le sue pose. Positiva comunque l’impressione finale, anche se forse l'assolo di batteria di Loeble e il medley potevano essere ridotti per lasciare spazio a qualche altro pezzo.
Sotto il tendone iniziano subito dopo i Tyr, e che dire di questa band? Show molto intenso, da anche se non di facile assimilazione. Il gruppo dimostra un indubbio valore tecnico e di saperci fare, cercando di colpire il pubblico anche con ottimi cori e brani come “Regin Smiður” e “Hail To The Hammer”. Di primo acchitto è facile che non piacciano e, ripeto, van capiti. Comunque, un concerto molto buono.
Rimango per qualche foto ai Cult Of Luna, mentre i miei compagni di viaggio tornano alle loro tende. Un concerto che non riesce a dirmi niente il loro, forse al di fuori dei miei gusti, quindi stanco mi dirigo anche io verso la tenda per dormire.

Venerdì 15/08/08
Altra mattina in quel di Dinkelsbuhl, e piove fastidiosamente. Parte del nostro gruppo decide di restare in tenda, e parte di andare all’ area concerti, giusto in tempo per il primo gruppo del Main stage, quindi i nostri concerti odierni iniziano da qui.
La seconda giornata parte forte con la giovane band olandese folk-viking Heidevolk: la presenza scenica è assicurata, grazie anche ai costumi pagani indossati dai membri e alle armi da veri guerrieri scandinavi, oltre che dalla musica, fortemente influenzata dai lavori degli Otyg e degli ultimi Manegarm , si è rivelata una proposta vincente, facendo in parte dimenticare i suoni non adeguati (come si è capito, quasi una costante). Di certo non inventano nulla, ma si lasciano ascoltare più che volentieri, e dal vivo questo basta. Da tenere d'occhio per il futuro della scena.
Arriviamo giusto in tempo al Pain Stage per il concerto dei Midnattsol, guidati dalla bella e brava Carmen Elise Espenaes. Di nuovo i suoni non rendono giustizia al folk metal melodico e alla prestazione del combo, cresciuto notevolmente in sicurezza da quel 2006 in cui li vidi la prima volta. Show intenso, senza dubbio apprezzabile, i vari musicisti dimostrano di saperci veramente fare, e highlight come “Northern Ligh” ed “En Natt I Nord” l’han dimostrato ampiamente.
Chi ci aspetta ora? Assi, uno dei gruppi che su cd abbiamo avuto modo di apprezzare molto, i 3 Inches Of Blood. Il quintetto di boscaioli canadesi (mancava la seconda voce) ha messo a ferro e fuoco il main stage all'ora di pranzo. I nostri si sono concentrati sopratutto sull'”esordio” Advance And Vanguish e sull'ottimo “Fire Up The Blades”. La commistione tra heavy classico e parti thrash, insieme a dei testi molto manowariani, rendono la proposta le combo molto valida e apprezzata da più parti dell'audience, che poteva essere apprezzata notevolmente di più se ci fossero stati dei suoni decenti.
Il concerto degli Schelmish poi, è stato dannatamente intrigante e coinvolgente, con suoni anche accettabili stavolta, all'insegna di un sano medioeval rock stile In Extremo. Da segnalare la splendida rivisitazione del classico country-western "Ring Of Fire" di Johnny Cash, davvero da applausi!
Sul palco principale i Mad Sin, con il loro Rockabilly tiratissimo, animano il primo pomeriggio all’ insegna della festa e dei capelli ingellati a banana. Da segnalare il singer veramente enorme e la prestazione che ha trasmesso una grande energia.
La birra scorre e il festival va avanti , con un tempo atmosferico piuttosto incerto, ed anche i Korpiklaani devono pagare dazio alla spietata legge del Main Stage: vedasi l'opener “Wooden Pints”, dove il microfono di Jonne nella prima parte della canzone è stato tenuto a volumi talmente bassi da trasformare il brano in una grottesca strumentale. Oltretutto, come ampiamente preventivabile, i pezzi del nuovo album "Korven Kuningas" non si sono dimostrati all'altezza dei precedenti: colpa anche della band, che ha assurdamente lasciato fuori dalla scaletta “Tapporauta”, l'unica in grado di reggere il paragone con macigni come “Journey Man” o “Cottages And Saunas”. Per il resto, solito trascinante folk metal dai forti sapori di birra: la presenza scenica non si discute, la grande festa anche, come neanche l'abilità dei singoli. Ma si può fare di più.
Dopo lo show orientato molto sull’ hardcore dei Pro-Pain, però un po’ monotono, tocca al Thrash vecchio stile continuare le ostilità sul campo. Come ci si aspettava, 50 minuti di puro thrash bay area, spaccaossa e senza compromessi: da bravi veterani del genere, gli americani Exodus hanno rovesciato sul palco tutta la loro esperienza e la loro furia distruttiva, con una fila di brani da headbanging sfrenato, anche se alla lunga abbastanza ripetitivi. Probabilmente meritavano una posizione più alta nella bill.
Si torna di corsa sul Pain Stage per uno dei gruppi che ormai è entrato nei cuori di molti, compreso il mio; gli elvetici Eluveitie stanno ormai tenendo innumerevoli date in Europa e poi negli Stati Uniti, quindi eccoli qui per i numerosi accorsi a segueire il loro concerto. A conti fatti, sono risultati probabilmente loro i migliori del festival: anche senza i gemelli Kirder, recentemente usciti dalla band, gli elvetici hanno dimostrato di essere ormai dei giganti del genere, a dispetto della giovanissima età. Presenza scenica, tecnica invidiabile e una scaletta completa e ricca di qualità i punti forti dello show, che ha visto il pubblico entusiasta e partecipe su bellissimi brani quali “Inis Mona”, “Slania’s Song” (adoro questo brano) oppure “The Song Of Life”. Unico leggero difetto, gli sforzi spesso esagerati fatti dal cantante Chriegel per tenere le note più difficili, all'interno di una prestazione comunque positiva. Hanno vinto.
Passano vari gruppi, ma tra una cosa e l’altra, idromele, met, cibo, birra e giro di bancarelle, alla fine ci troviamo nella Party Tent per i Manegarm. E' sinceramente difficile capacitarsi della scarsa fama di cui gode questa buonissima compagine svedese: anche all'interno del genere di cui sono araldi, il Viking metal, raramente vengono citati come band di punta (pur potendo contare su talento, personalità e una discografia di tutto rispetto). Ringraziamo perciò questo festival per averci dato l'opportunità di assistere a un ottimo concerto, che ha visto i nostri in gran forma, con un Grawsiö perfettamente a suo agio come frontman (lui che normalmente è un batterista), e una scaletta tutto sommato ben fatta, che ha dato uguale spazio agli ultimi album "Dödsfärd", "Vredens Tid" e il sublime "Vargstenen". Speriamo di rivederli presto, magari in Italia, possibilmente con più di mezz'ora a disposizione...
Visti a giugno in Svizzera, protagonisti di un tour da cui è stato tratto un DVD, arrivano sul Main Stage che ormai ha fatto buoi i tedeschi Subway To Sally. Osannatissimi in patria ma pressoché sconosciuti da noi, i cugini “colti” degli In Extremo chiudono questa seconda giornata del festival con uno show a dir poco coinvolgente. Il loro mix di musica medievale e sonorità elettroniche, che ad un primo ascolto potrebbe sembrare un'aberrazione, funziona molto bene e i nostri, tra pyro ed effetti di luce accattivanti, sfornano uno show maiuscolo spaziando parecchio nella loro nutrita discografia. Meno coreografici di parecchi altri gruppi (gli strumenti antichi compaiono solo a sprazzi nelle canzoni, al contrario di altri gruppi del filone) si sono concentrati nel proporre uno spettacolo solido e ben suonato. Il che fa capire la loro posizione elevata, ottimi e professionali.
Chiusura per la giornata di venerdì anche per il Pain Stage con il quartetto industrial metal tedesco degli ASP. La folla di tedeschi che si affolla davanti al Pain Stage a quest'ora (è mezzanotte passata) mi fa capire il folto seguito che questa formazione ha in patria. Molto debitori ai ben più famosi Rammstein e ai capostipiti Ooomph!, i nostri propongo un bello show energico e semplice (a parte qualche pyro e fuochi d'artificio). Promossi senza riserve nonostante il cantato ostico in tedesco e i suoni appena decenti per seguire bene il concerto.
E così un'altra giornata finisce nelle lande del metallo, giornata veramente piena e molto interessante, così, stanchi , ci dirigiamo alle tende accodati alle migliaia di metallari presenti, che non cesseranno il casino anche di notte, come al solito durante questi eventi.

Sabato 16/08/08
E’ sabato, ultimo giorno di festival, già qualche tenda comincia ad essere smontata, o distrutta, come usanza qui in Germania, per chi decide di lasciare l’area festival al termine dei concerti la notte stessa.
Primo gruppo interessante per l'ultima giornata sono i francesi The Old Dead Tree. Il quartetto parigino propone la sua personale rilettura del gothic a metà strada tra i maestri Opeth e i nostri Novembre. Nonostante l'ora mattutina e il caldo c'è un bel pubblico ad applaudire la buona prova dei recenti autori di “The Water Fields”. Sicuramente un gruppo da riscoprire per gli amanti dei gruppi sopracitati.
Sul Main Stage tocca poi agli Autumn dar prova di sé. La nuova singer Marjan è autrice di una prestazione buona, così come pure il resto della band. La proposta Gothic Metal del combo non sarà originalissima, però merita di essere approfondita, anche in alti contesti live con condizioni migliori.
Di nuovo palco principale, ma stavolta si passa a sonorità più estreme; orami i tedeschi Endstille sono diventati una sana realtà della scena black europea. Buona la posizione in scaletta e le numerose presenze nel pubblico (i nostri suonano alle 2 del pomeriggio, ora in cui l'area concerti è abbastanza gremita): il panzer non si fa pregare. Il cantante Iblis e il resto della sua ciurma vomitano sull'inerme pubblico 40 minuti di black di puro stampo europeo andando a pescare sopratutto negli ottimi “Navigator” e “Dominanz”. Ormai la band è ben rodata e sul palco ci sta stare, anche se a dire il vero i clichè non mancano. Sicuramente un buon gruppo, penalizzato forse dall'esibizione in pieno giorno. Di sera avrebbero reso sicuramente molto di più.
Arriva finalmente il turno di uno dei gruppi più attesi quest'anno. Dopo averli scoperti col vecchio Agnen e averli apprezzati nei recenti Armada e Kolossus, arriviamo a vedere i norvegesi Keep Of Kalessin carichi di aspettative. Il loro black metal melodico è ben costruito e accattivante, e dal vivo hanno mantenuto parte delle sonorità epiche e pulite presenti su disco, aggiungendone altre più marcatamente thrash, unendole poi a una possente presenza scenica, soprattutto da parte del cantante Obsidian C.. Risultato che è stato decisamente positivo, con ottimi brani come “A New Empire's Birth” e “Ascendant”, anche se alla lunga leggermente monotono, forse anche per l’atmosfera non propiamente adatta della luce del giorno. In ogni caso, un altro gruppo da tenere presente.Aspettiamo quindi la prossima calata italica con uno show indoor (saranno di spalla ai Morbid Angel e Marduk).
Anche gli Ensiferum, come molti altri, hanno dovuto fare i conti con i suoni scadenti del Main Stage: ma, dove non arriva l'acustica, supplisce la grinta. Il concerto dei cinque finlandesi è stato infatti uno dei più devastanti a livello di partecipazione di pubblico, con ben due “wall of death” e innumerevoli crowd-surfing nonché lanci di paglia dovunque; gran parte del merito va al carisma del cantante Petri Lindroos, nonché alla follia del bassista Sami Hinkka . Per il resto, un ottimo concerto, con una conclusiva Battle Song che ha visto anche un bizzarro medley con The Trooper, suonata strumentale e lasciata cantare al pubblico.
Alle 21.00 sotto alla Party Tent iniziano a suonare i “nostri” Novembre. Grandi sono le aspettative e molta curiosità per il primo show che vediamo all'estero dei nostri connazionali che nonostante tutto hanno raccolto una buona fetta del pubblico. Tanti italiani e tanti tricolori sotto il palco per dimostrare ai fratelli Orlando la nostra amicizia e stima x dove sono arrivati. Show breve ma intenso, con la band in grande forma, ricevendo consensi anche dai non affezionati.
Dopo di questo un po’ di cibo e birra per rifocillare gli animi e i corpi …. Ma ecco il Pain Stage è pronto.
Esibizione potente, cattiva, grezza, tremendamente thrash quella realizzata dai teutonici Destruction. Numerosi i cavalli di battaglia sfoderati, da “Mad Butcher” a “Bestial Invasion”, passando per “Thrash Till Death” e soprattutto suoni anche buoni. Effetti scenici di grande impatto per loro, come i numerosi fuochi artificiali, e soprattutto le coreografie sul palco durante la sopracitata “Mad Butcher”, dove appunto “il macellaio” sale sul palco e finge di fare a pezzi un'avvenente bionda per poi gettare pezzi di carne (non umana) sul pubblico. Distruttivi, come da monicker.
Qualunque cosa si dica sui Cradle Of Filth non si può negare l'importanza storica e il valore di album come “Dusk And Her Embrace” e “Cruelty And The Beast”. Ed è in quest'ottica che mi avvicino al main stage. La cosa che salta subito all'orecchio è la perfezione strumentale del gruppo, praticamente perfetti su ogni brano. La set list spazia dai brani di “The Principle of Evil” al “recente” “Thornography”. Molto apprezzabile la scelta di proporre brani ormai preistorici come “The Principle of Evil Made Flesh”, “The Forest Whispers My Name” o la stra famosa “Malice Through the Looking Glass”, la cosa che mi è andata meno giù è la ormai poca voce del leader e cantante Dani Filth. Già dopo la terza canzone, comunque eseguita come le precedenti ai limiti della “decenza”, non riusciva più a sostenere e a cantare i brani dove era richiesta un'estensione vocale, si limitava ad “abbaiare”. Però forse si può ammettere che è stato lo show migliore tra quelli che ho visto finora dei vampiri.
Abbiamo poi ascoltato gli Anatema da lontano e, diamine, che concertone! Memore dell’ effetto soporifero di una loro data milanese ero a bere e mangiare (di nuovo), pessima scelta! Suoni buoni, scaletta bella carica, con brani come “A Dying Wish”, la Pink Floydiana “Confortably Numb” oppure “Lost Control”, nonché l’apparizione del Mad Butcher sul palco per un divertente siparietto. Bravi.
Beh, è l’ultima sera e si fa festa dappertutto, tende che vengono smontate, altre distrutte a suon di calci e prese a sprangate, litri di birra che vengono bevuti e gente devastata che barcolla per il campeggio… signori, questo è il Summer Breeze, un festival tutto da vivere.
A pezzi infine si va a letto, che ci aspetta il viaggio verso casa, stipati all’inverosimile sulle nostre macchine visti i 2 passeggeri in più.
Che dire, qualche conclusione: festival molto buono, prezzi ottimi, tanta varietà di cibi e bevande, gente matta e divertente e location buona però un area backstage con accessi veramente scomodi (un giro assurdo per arrivare ai palchi principali), e grande pecca i suoni dei 2 palchi maggiori, che come abbiamo scritto più volte, son stati in media non appropriati ne decenti, a parte la Party Tent dove si hanno avuti per la stragrande maggioranza, suoni piuttosto buoni. Beh, alla prossima.

FOTO

.: ANIMA

.: LAY DOWN ROTTEN

.: THE ROTTED

.: HAIL OF BULLETS

.: ALL ENDS

.: EMIL BULLS

.: ABORTED

.: SALTATIO MORTIS

.: GRAVEWORM

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.: DIABLO SWING ORCHESTRA

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.: CULT OF LUNA

.: MIDNATTSOL

.: 3 INCHES OF BLOOD

.: SCHELMISH

.: MAD SIN

.: KORPIKLAANI

.: PRO-PAIN

.: EXODUS

.: ELUVEITIE

.: MANEGARM

.: THE VISION BLEAK

.: AUTUMN

.: HACKNEYED

.: ENDSTILLE

.: KEEP OF KALESSIN

.: DISMEMBER

.: NAERA

.: ENSIFERUM

.: PRIMAL FEAR

.: NOVEMBRE


Report a cura di Marco “Mac” Brambilla, Stefano “Demonaz” Pastore e Andrea Tringali