Buona affluenza di publico all’Alcatraz di Milano per la calata italiana dei Disturbed, band in questi anni non troppo presente sui palchi italiani, caratterizzata da un sound inizialmente votato alla sfera nu metal che ha saputo mutare nel corso degli album sfociando in una sorta di heavy rock dal piglio moderno di grande impatto. Il quartetto statunitense si è costruito attraverso i quattro dischi sin qui pubblicati una fedele schiera di fan che ha risposto positivamente sia in termini di partecipazione che di presenza all’evento, nonostante il periodo particolarmente ricco di concerti e festival. Fortunatamente l’ottima climatizzazione del locale ha scongiurato i problemi di caldo eccessivo che potevano presentarsi di fronte ad una giornata calda e afosa come quella meneghina. Ad aprire le danze ci pensano i Mellowtoy band italiana più volte chiamata in causa a condividere il palco con grossi calibri d’oltreoceano (ricordiamo l’apertura agli Alter Bridge per esempio), in grado ormai di mostrare una sicurezza ed una compattezza sonora che rappresentano i maggiori pregi del sestetto milanese. La loro miscela di hardcore, nu metal con parentesi melodiche di stampo emo-rock appare spesso derivativa e tutt’altro che entusiasmante eppure sarà il fatto di giocare in casa o semplicemente una divergenza di opinioni, ma la maggior parte del pubblico sembra gradire partecipando con calore alla performance dei nostri. Non si fanno troppo attendere i Disturbed e quando il singer David Draiman si libera della camicia di forza con la quale è stato accompagnato sul palco, il suono dirompente di “Voices” inonda la platea. Sin dalle prime battute notiamo nel quartetto stelle e strisce una grande compattezza che permette di valorizzare al meglio le ritmiche granitiche e sincopate tipiche del gruppo, mentre dal punto di vista vocale pur incappando in più di una sbavatura il front man Draiman desta impressioni positive. Poche pause e parole tra una canzone e l’altra i Disturbed suonano la loro set-list con una certa freddezza, mostrando altresì grande professionalità e grinta. A proposito delle canzoni eseguite sorprende come siano pochi gli estratti dall’ultima fatica “Indistructible”, rappresentata solo dalla titletrack eseguita di rientro dalla consueta pausa prima del finale e dall’ottima “Inside The Fire”. La band americana preferisce concentrarsi sulle fatiche precedenti proponendo un bel mix di classici tra i quali spiccano “Liberate”, “Prayer”, “Meaning Of Life”, “Stupify” e “The Game”, mentre appare particolarmente azzeccata la scelta di includere “Just Stop” e “Stricken”, dotate entrambe di ritornelli allo stesso tempo godibili e cantabili da tutti. Nell’ora e un quarto a disposizione c’è tempo anche per la riproposizione per intero della cover dei Genesis “Land Of Confusion” presente sul disco “Ten Thousand Fist” e per un succulento medley che comprende “Hell”, Shout 2000” (cover dei Tears For Fears), “Criminal” e “Defy”, prima del finale riservato alla rappresentativa “Down With The Sickness”. Sono appena le 22,30 ma per i Disturbed può bastare così e d’altronde il coprifuoco cittadino incombe e non si potrebbe andare oltre, l’impressione è quella di aver visto un concerto ben suonato da una band in forma che potrà ritagliarsi con maggior coinvolgimento e qualche canzone in più un posto importante all’interno della scena heavy metal.
Report a cura di Teospire
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