Hellfest Open Air (19-20-21/06/2009) Clisson – Francia
Sabato 20/06/2009
La nostra seconda giornata inizia con i polacchi Vader, Peter e gli altri purtroppo devono fare i conti con i suoni non molto chiari, nei primi dieci minuti di concerto infatti il suono delle chitarre era più rovinato e confuso che mai, si faceva veramente fatica a capire che pezzo stessero suonando. Per fortuna che col passare dei minuti la cosa è andata migliorando, salvandosi in calcio d’angolo con i pezzi storici proprio nei minuti finali. Non posso di certo dire che lo show mi abbia esaltato, ovviamente non per colpa della band, gia autrice di un suono grezzo di suo, aggiungiamoci i problemi audio e si finisce per non capire nulla. Rimandati in altra sede, magari al chiuso.
Tempo di mangiare qualcosa e fare qualche compera al metal market che sono oramai le 15:00, e sul Mainstage 2 è l’ora di Peter Tagtgren e i suoi Pain. Ammetto di essere un tantino di parte visto il mio infinito apprezzamento verso qualunque cosa che faccia Pet, ma anche questa volta ho assistito a una grandissima esibizione, iniziata a dovere con la nuova e oramai obbligatoria apertura chiamata “I’m Going In”, pezzo oramai conosciuto da tutti, a differenza della successiva “Monkey Business”, grandiosa composizione scartata però nell’ultimo tour europeo da headliner, qui riprodotta magnificamente e con un certo impatto sonoro. Si va avanti con gli intramontabili, “Zombie Slam” e Walking On Glass” sono oramai una garanzia, così come le più anziane “Dancing With The Dead” e “Same Old Song”, diventate veri e propri inni dell’industrial metal, il tutto fino a sfociare nella monumentale “Shut Your Mouth”, biglietto da visita dei Pain, in grado di far saltare e cantare anche chi non conosce la band. Con un ringraziamento particolare alla Francia e ai francesi, Pet & soci lasciano il palco consapevoli del loro ottimo stato di forma, ora vogliamo questo benedetto nuovo album degli Hypocrisy!
Sul Mainstage 1 sono gia pronti i DevilDriver, che con il loro groove/death fanno da preludio a quella che si prospetta una giornata ricca di circle pit e poghi vari, la band californiana è infatti in ottima forma e non vuole lasciare superstiti al proprio passaggio. “Cloud over california” e “Hold back the day” si confermano fondamentali per i loro show, così come la successiva “Die, And Die Now”, fomentando centinaia di metalheads sotto il palco e inalzando i conseguenti polveroni. Fafara oggi sembra particolarmente lucido, traina i suoi compagni per tutto il concerto e non smette di far esaltare nemmeno con la nuova “Pray For Villains”, ancora sconosciuta ma comunque di grande impatto. Chiude questo distruttivo concerto “Not All Who Wander Are Lost”, dove la band ricorda l’appuntamento con la nuova uscita discografica e zittisce tutti i suoi detrattori.
Dalla California passiamo alla Finlandia, ci aspettano infatti nella Rock Hard tent i Moonsorrow, band a me quasi sconosciuta ma che comunque ha sempre attirato la mia attenzione per la sua proposta musicale. Devo dire che le buone aspettative che nutrivo sono state soddisfatte, con i loro cori folkeggianti e la vena progressive che li accompagna, Ville & combriccola sono stati come una splendente stella alpina in mezzo a un campo di papaveri, come unici rappresentati del folk infatti si sono fatti valere e hanno portato sul palco uno show vario, merito dei loro pezzi che accostano passaggi elaborati ed altri più diretti e allegri all’insegna del paganesimo. Dopo questo show non resta altro che approfondirli meglio.
Approfitto del buco di concerti per dirigermi alla signing session dei miei amati Pain, dove racimolo qualche foto e qualche autografo che mi triplicano l’allegria.
E’ ora il momento dei Gojira, in patria sono accolti come degli eroi, e bisogna dire che se lo meritano pienamente, la band dei fratelli Douplantier è infatti a mio avviso una delle più fresche e originali degli ultimi anni e musicisti col loro talento al giorno d’oggi è parecchio difficile trovarne. La mia curiosità di vederli era alto, e anche in questo caso sono stato soddisfatto, il loro concerto per chi scrive è stato uno dei migliori dell’intero festival, complice il fatto della proposta musicale varia e mai banale e senza dubbio dell’atmosfera di festa creata dai francesi. I musicisti si divertono e fanno divertire, la loro musica non è certo delle più semplici, eppure dal primo all’ultimo minuto non se ne sono stati mai fermi, nemmeno sulle note delle pesanti “The Heaviest Matter Of The Universe” e “Flyng Whales”, che personalmente trovo stupende, appena un gradino sopra i nuovi pezzi come “A Sight To Behold” e “The Way Of All Flesh”, dove il batterista ci regala anche un ottimo solo. “Vacuity” chiude quindi un’esibizione energica e musicalmente raffinata, un applauso ai Gojira!
Assistiamo da lontano all’esibizione dei The Misfits, principali esponenti del punk/hardcore in questa tre giorni, la proposta è quello che è ma i ragazzi riescono comunque a crearsi una buona schiera di persone sotto il palco, molte delle quali rimaste soddisfatte dallo show, altre invece abbastanza schifate e fin troppo sentenziose verso la band, forse era il caso di spiegargli che all’Hellfest ci sono quattro palchi e se non gli piaceva il loro genere potevano benissimo andarsene altrove invece che sputare sopra un gruppo che molto probabilmente non conoscono minimamente.
E’ oramai calata la notte e su Mainstage 1 si erge il backdrop dei tanto attesi Machine Head, band oramai consolidata che potrebbe benissimo fungere da headliner in festival di queste proporzioni. Sulle note di “Imperium” fanno quindi il loro ingresso Robb Flynn & combriccola, il tempo di terminare l’arpeggio e iniziale e sotto il palco si scatena il delirio, mai vista una cosa del genere, corpi umani che volavano, circle pit di dimensioni macroscopiche, poghi violentissimi, cose che non si vedono neanche a un concerto degli Slayer. Entusiasmato dall’atmosfera non posso fare a meno di galvanizzarmi anche io e sulle successive “Ten Ton Hammer” e “Beautiful Morning” la cosa diventa ancora più distruttiva, complice la presenza scenica del frontman, vera e propria bestia da palco in grado di comandare le masse con il solo movimento delle mani, questi sono i musicisti che ti sanno intrattenere! “Old” e “Halo” non ci danno tregua, quest’ultima eseguita divinamente e cantata da tutti i presenti fino all’esaurimento, fino a che, a pezzo finito, il buon Robb ci da un attimo di tregua con un discorso che ha sottolineato lo stupore della band nel ritrovarsi un pubblico così caloroso, ma non è finita qui, di colpo parte infatti “Stuck A Nerve”, giusto per seminare ancora qualche vittima in mezzo al mare di persone indiavolate. Tiriamo un sospiro di sollievo con la lenta e malinconica “Descend The Shades Of Night”, anch’essa cantata da tutto il pubblico e interpretata a dovere dai musicisti, che quest oggi si meriterebbero qualcosa di più che cori e applausi. C’è ancora spazio per un pezzo, viene dato a “Davidian” il compito di stendere i pochi superstiti rimasti, alimentando sull’ordine di Robb l’ultimo e più devastante circle pit. A fine concerto, nonostante pieni di sudore e terra, siamo coscienti di aver assistito ad un’esibizione portentosa, probabilmente la migliore del festival e una delle più energiche che abbia mai visto! Machine fuckin’Head! Machine fuckin’Head! Machine fuckin’Head!
Neanche il tempo di respirare che ci tocca andare nella Rock Hard tent per il nostro headliner della giornata, abbiamo infatti deciso di risparmiarci lo show di Marilyn Manson, artista che non ci interessa per nulla. Siamo dunque tutti pronti per il concerto dei Sacred Reich, veri e propri pilastri del thrash metal americano, forti della recente reunion. Un’occasione del genere chi se la fa sfuggire? Ed è cosi che si inizia a pestare con “One Nation”, notiamo subito che la tenda è completamente colma, l’accalco di gente per vedere la band è enorme, chissà se in Italia sarebbe stato lo stesso. Venendo nei dettagli possiamo dire che i riff veloci e taglienti sono i protagonisti, la coppia d’asce Arnett-Rainey sembra la stessa dei tempi d’oro che furono, picchiano come fabbri sulle note di “Love…Hate”, “Sacred Reich” e “Death Squad”, il tutto fino a quando sale sul palco Dave McClain, batterista dei Machine Head e ex componente della band dell’Arizona, per suonare l’intramontabile “Indepentent”, che scatena il delirio totale sotto la tenda, questo signori miei è thrash metal!
Applausi per il pezzo appena proposto e al buon Dave, batterista dalle doti immense, si procede poi con altri pezzi che hanno fatto la storia come “The American Way”, “Victim Of Demise” e “Ignorance”, vere e proprie macchine da headbanging. Sul finale c’è spazio anche per la famosa “War Pigs”, cover dei Black Sabbath rivista in chiave thrash, sicuramente uno degli apici dell’intero festival, e per concludere la mitica “Surf Nicaragua” dove il simpatico Rind ci saluta tutti calorosamente, pienamente soddisfatto dell’esibizione del suo gruppo, che ci fa capire quanto il tempo cambi le cose, ma non la loro musica! Grazie mille Sacred Reich, una delle band che vale il prezzo del biglietto, mi dispiace dirlo ma povero chi se li è persi.
Un’altra grandissima giornata si è conclusa, ce ne torniamo in tenda col sorriso sulle labbra pronti per una bella dormita in vista della giornata di domenica, ci sono i Manowar!
Setlist Sacred Reich:
01) One Nation
02) Administrative Decisions
03) Love…Hate
04) Sacred Reich
05) Crimes Against Humanity
06) Independent
07) Death Squad
08) Who’s To Blame
09) Victim Of Demise
10) The American Way
11) Ignorance
12) War Pigs (Black Sabbath cover)
13) Surf Nicaragua
Report a cura di Thomas Ciapponi
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