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The Darkness_ - 11/8/2017 - Alcatraz - Milano

Era un po’ di tempo che non si vedeva un Alcatraz praticamente sold out. L’occasione di vedere dal vivo una delle band moderne che meglio di altre sono state capaci di incarnare lo spirito selvaggio, divertente e genuino di un rock stile anni ’80 ai giorni nostri, ha ingolosito molti fan.

Ed ecco che la discesa italica dei The Darkness è diventato uno dei primi veri eventi della stagione concertistica milanese.

Ma oggi, dopo quasi quindici anni di attività, cinque dischi, uno split seguito da una reunion nel 2011, chi sono i Darkness?

La risposta viene subito data dal boato del pubblico che alle 21.15 accogli i quattro inglesi sul palco. La band appare subito in gran forma. Paillettes, luci, richiami glam e al rock che fu e tanta ottima musica. Si incomincia con una Open fire che fa esplodere il locale. Justin Hawkins in verde smeraldo dimostra subito di essere tornato in forma, una pallina da ping pong sul palco, vero maestro di cerimonia dello show. Il fido fratello alla chitarra e il bassista innamorato degli anni ’70 Richie Edwards al basso completano un colpo d’occhio sulle assi del palco che rappresenta in toto lo spirito rock della serata.

Il vero punto debole dei Darkness è sempre stata la capacità vocale del frontman dal vivo. Questa sera però, il buon Justin appare molto più rilassato e in maniera molto intelligente decide di piazzare i brani vocalmente più impegnativi a metà della scaletta. Ecco quindi che, nonostante seri problemi di mixer che hanno in parte danneggiato il concerto durante i primi brani, i rockers inglesi snocciolano anthem rock come One Way Ticket, mega singolo radiofonico che li ha portati alla ribalta anni or sono, o All the Pretty Girls e Every Inch of You tratta da Hot cakes, con quel suo andamento blues che eccita il pubblico e viene molto apprezzata dal gentil sesso presente. Eh si, perché in uno show dei TheDarkness cè ogni elemento tipico del rock n roll, sesso compreso. Molti sono infatti i reggiseni lanciati sul palco e si respira un’atmosfera di party e leggerezza che troppo spesso manca ai concerti. Non uno show perfetto comunque, con qualche errore disseminato per tutta la scaletta, ma un concerto genuino. Sudore, sorrisi e cori: Justin si dimostra un artista completo, come in occasione di English Country Garden, brano che ricorda il mood tipico dei Queen dove il frontman britannico si siede dietro un pianoforte ed insieme ai sui compagni di viaggio crea un’atmosfera ormai troppo spesso dimenticata. Un’ora e mezza di concerto, senza interruzioni, Un pubblico soggiogato da qualsiasi posa dei quattro sul palco. Sudore a fiumi, con uno stage diving del lungocrinito cantante che viene accolto come una vera rock star dai fan.

Gli encore della serata sono affidati a Japanese Prisoner Of Love, brano decisamente più heavy di quanto fin ora i nostri ci avevano abituato tratto dal loro ultimo lavoro e dalla classica ed a lungo invocata I Believe in a Thing Called Love, che pone la parola fine ad uno show decisamente riuscito.

I The Darkness conoscono il rock and roll e sanno come viverlo. Non è lecito aspettarsi pretazioni perfette sotto il punto di vista tecnico dalla band inglese, ma le già citate mancanze tecniche questa sera sono state ampiamente ripagate da un’attitudine che sinceramente era tanto che non vedevo in un concerto rock.

Serata quindi decisamente riuscita nella speranza di poter rivedere il combo in altre occasioni. La lezione è chiara: il rock è semplice, basta buttarci dentro tanto sudore, passione e viverlo in maniera easy.

“That’s only rock n roll, but I like it”!!

Report a cura di Manuel Molteni

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